Jean Rollin, La Rose de Fer (1973)

Le vampire nude di Jean Rollin

Nell’articolo di qualche mese fa accennai al fatto che la Hammer Film, nell’ultimo periodo della sua esistenza, introdusse elementi sempre più marcatamente erotici per mantenersi il più possibile al passo coi tempi. Nei tardi anni ’60, infatti, i gusti del pubblico erano cambiati e il gotico dovette riadattarsi per sopravvivere, prima di scomparire quasi del tutto.
Uno degli ultimi colpi di coda di questo genere fu una variante in particolare che strizzava l’occhio all’exploitation, ossia quella che amplificava l’erotismo poco più che accennato del gotico di inizio ’60 fino a farlo sconfinare nella pornografia soft, e creando così un insolito mix di erotismo e orrore, spesso a tema vampiresco.

Diversi registi di quegli anni si dedicarono a questo particolare genere, tra cui i più famosi furono Jesus Franco e Jean Rollin. Spesso accomunati, eppure diversissimi sul piano espressivo, questi due registi sfornarono alcuni cult che ancora oggi si guardano con piacere.
Con questo articolo vi parlerò, però, del solo Rollin e delle sue vampire. Un po’ per gusto personale, e un po’ perché presto cadrà l’anniversario dei cinque anni dalla sua morte1.

Le vampire di Jean Rollin

Jean Rollin nacque a Parigi nel 1938 e già nell’adolescenza, grazie a un lavoro come tuttofare negli studi di Le Films des Saturne e a una macchina da scrivere, si appassionò al mondo della creatività cinematografica. Nel 1958, a vent’anni, diresse il suo primo cortometraggio in bianco e nero dal titolo Les amours jaunes. Il corto è ambientato sulla spiaggia di Pourville-les-Dieppe (uno dei suoi luoghi preferiti, che riutilizzerà in molti film), dove un poeta cammina solitario accompagnato da una voce fuori campo che racconta la sua vita travagliata, e osserva una sconosciuta fare lo stesso sotto un cielo pesante.

Ne risultò un lavoro evocativo ma che si perde nella sola atmosfera. Un lavoro che, comunque, dimostrò tanto il talento del giovane Rollin quanto il fatto che dovesse ancora maturare.

Al 1962 risale la sua unica esperienza come aiuto regista al fianco di Jean-Marc Thibault (Un cheval pour deux), mentre negli anni successivi si dedicò a lavori di nouvelle vague allora di tendenza (più interessato all’aspetto economico che per vero interesse verso il movimento), a cortometraggi e all’attività di scrittore che affiancò quella di regista per tutta la sua vita. Si dovrà però aspettare il 1968 per il suo primo lungometraggio: Le viol du vampire.

Le viol du vampire

Le viol du vampire è un film nato quasi per caso: inizialmente doveva essere un mediometraggio fatto per affiancare la proiezione di vecchio film in un paio di sale parigine, ma con grande fiuto il produttore chiese a Rollin di allungarlo visti i risibili costi di produzione dei primi trenta minuti. Rollin si inventò così una seconda parte, slegata dalla prima, in cui i protagonisti ormai morti vengono riportati in vita con una scena in stile Fisher.
Ne risultò un film abbastanza incoerente e frammentario, girato in economia totale, con attori dimenticabili e che dimostra tutta l’inesperienza di Rollin, specialmente nelle scene più movimentate.

Eppure, pur essendo pieno di difetti fu un film che segnò per sempre la sua carriera e in cui si intravedono tutti i temi che sarebbero stati cari al regista negli anni successivi. Già in questa pellicola infatti appare la più grande tra le intuizioni di Rollin, ossia l’unione delle tematiche vampiresche a quelle del feuilleton: società segrete, regni sotterranei, riti e misteri che fanno dei vampiri una società parallela vera e propria quando, fino a quel momento, sono stati per lo più rappresentati come mostri isolati e privi di una cultura propria.

Ma fu soprattutto la prima unione esplicita tra erotismo e vampirismo, ben oltre quanto fatto dai precedenti Hammer e del Gotico Italiano e in profondo contrasto con la mentalità dell’epoca, a segnare la dannazione (e il successo) di Le viol du vampire. La critica definì Rollin un pazzo, e le reazioni del pubblico nei cinema in cui venne proiettato furono davvero estreme e quasi violente, tanto che Rollin ebbe paura di essere linciato e disse che non avrebbe mai più girato film.

Per l’epoca la vista sul grande schermo di vampire vestite in abiti fetish che lasciano scoperti i seni, nudi integrali e atteggiamenti di sessualità esplicita era un qualcosa di inconcepibile, realtà fino ad allora ghettizzate nei circoli per soli uomini o ai cinema per adulti.

Rollin aveva passato il confine della decenza, e evidentemente vi si trovò bene.

Le vampire nude

Dato il buon successo economico della pellicola d’esordio, Rollin realizzò immediatamente un altro film sullo stesso tema del primo: La vampire nue (la vampira nuda) del 1969 è infatti il suo secondo film, e il primo a colori; esplicito già dal titolo, con questo film Rollin consolidò il suo stile e si spostò, almeno all’apparenza, verso l’exploitation in luogo di caratteristiche più autorali come nel primo.

In questo film i vampiri sono modernizzati e appaiono come una nuova razza mutante organizzata come una sorta di società segreta, con vaghi richiami alla massoneria. Rollin ebbe alcune intuizioni che verranno rese infinitamente meglio diversi anni dopo (alcune situazioni ricordano molto quelle viste in Eyes wide shut di Kubrick), ma non sono il motivo conduttore del film. Il nudo è più frequente, ma è sempre un nudo elegante messo in scena per il suo impatto visivo e suggestivo; ed è proprio la suggestione e la visione ciò che Rollin cercò di riversare nelle sue pellicole, dimostrandosi spesso disinteressato o addirittura incapace di dare alla narrazione il peso che a volte avrebbe meritato. Le scene si susseguono in uno stile che per il regista francese divenne un marchio di fabbrica: il suo indugiare su particolari magari insignificanti, ma utili alla pura rappresentazione. Una nuova evoluzione avvenne col suo terzo film, Les frisson des vampires (che in Italia diventerà un tremendo “Violenza a una vergine nella terra dei morti viventi”), storia di due novelli sposini che, giunti nella villa di campagna dei cugini della sposa, dovranno fare i conti con gli occupanti recentemente vampirizzati.

Con questa pellicola Rollin si staccò dai precedenti film pur mantenendo la sua continuità stilistica. Osò di più e sfruttò l’ambientazione barocca del castello per arricchire l’impianto scenico altrimenti povero. Sperimentò anche nuove angolazioni e nuovi metodi di ripresa, anche in scene in cui la ricercatezza visiva appare superflua; per esempio, sceglie di filmare un dialogo a quattro durante una colazione facendo ruotare continuamente la telecamera posta al centro dei partecipanti ottenendo sì un effetto originale, ma a costo di rallentare il dialogo e farlo apparire innaturale.

Tante strade

Come molti registi dedicati all’exploitation, Rollin si vide spesso costretto a seguire altre strade per racimolare denaro. La liberalizzazione sessuale degli anni ’70 rese un flop uno dei suoi film migliori (Lévres de sang del 1974), in cui tra l’altro aveva cercato di farsi apprezzare da un pubblico meno settoriale. Il declino del soft e l’avvento dell’hard portarono cambiamenti radicali e Rollin capì che, per sopravvivere, avrebbe dovuto spingersi ben oltre ciò che aveva fatto in precedenza. Ci provò dapprima con Phantasmes (La seduzione di Amy in Italia), letteralmente un “porno con la trama” che non riscosse successo perché, come Rollin stesso ammise qualche anno dopo, “al pubblico non gliene frega niente. Non vogliono cinema, vogliono gente che fotte” (cit. Blumenstock, video watchdog).

Dopo l’ennesima delusione, spinto dalle necessità economiche Rollin si dedicò al porno a periodi alterni sotto vari pseudonimi, producendo nel frattempo film di discreto successo di critica anche grazie a una nuova “preferita” conosciuta nel mondo dell’hard: Brigitte Lahaie che diresse nel porno Vibrazioni (1976), attività questa in cui il suo talento gli parve sprecato. Nel 1978 uscì così Les raisins de la mort, primo gore francese, un lavoro più convenzionale che confezionò per ritrovare il suo vecchio pubblico dell’horror. Il successivo Fascination del 1979 è un buon successo specialmente a livello di critica, anche se il pubblico continua a latitare. La carriera di Rollin è ormai piuttosto stabile e alterna porno a film low cost, come nel caso de La nuit des traquées del 1980, un thriller “à la Cronemberg” meno sperimentale e più realistico che punta su un elemento originale: la progressiva perdita di memoria e, di conseguenza, dell’identità personale che colpisce alcune vittime di un incidente nucleare, rinchiuse in una clinica in cui passare il resto della vita in uno stato quasi catatonico. Un film dalle ottime idee ma pesantemente condizionato dal budget che costrinse Rollin a far raccontare ai personaggi ciò che non poté mettere in scena, con un effetto abbastanza tedioso. Nello stesso anno vede la luce il famigerato Zombie lake, un film che Rollin fu praticamente costretto a girare e che diresse controvoglia, rendendolo uno dei suoi film peggiori e, purtroppo, tra i più conosciuti dagli amanti del trash.

Un buon ritorno alle tematiche erotico-vampiresche fu La morte vivante del 1982, un melodramma gotico-horror in cui una ragazza viene resuscitata per caso e che, partendo da uno stadio quasi vegetativo in cui non ricorda nulla ed è guidata dalla sete di sangue umano per sopravvivere, torna a ricordare se stessa e la sua vita passata aiutata da un’amica con cui aveva un patto di sangue da bambina. Più riaffiorano i ricordi, però, più la morta vivente si rende conto della sua condizione e desidera porvi termine.

Messa da parte la motivazione della resurrezione, banale ai limiti del ridicolo, il resto del film è preso molto sul serio e funziona anche a livello narrativo, toccando una profondità d’analisi rara per una pellicola di questo genere. Anche qui il nudo non manca, ma è un erotismo soft ed elegante.

Rollin firmò un altro film nel 1984 (Les trottoirs de Bangkok) su richiesta di un distributore che volle fare un film con le due ore di pellicola Super 8 che girò durante le vacanze, quasi interamente scartate da Rollin. Poi venne una commedia sexy, tentativo commerciale che non riscosse successo, e un silenzio durato anni.

Negli anni successivi alternò qualche film di vario genere su commissione all’attività come scrittore, fino a tornare ai temi vampireschi nel 1997, con Les deux orpheline vampires, che tratta di due originali sorelle vampire cieche di giorno e che vedono solo di notte, un omaggio malinconico e funereo al cinema dal quale era amato dai fan e che risente del periodo buio che visse il regista negli anni precedenti. Rollin sembra aver riacquistato la sua espressività quando approda nel nuovo millennio con La fianceé de Dracula del 2002, meno cupo del precedente. Gli ultimi suoi film sono del 2007 e del 2010, rispettivamente La nuit des horloges e La masque de la Méduse. Il primo è una sorta di “testamento cinematografico” in cui Rollin condensa tutto ciò a cui è più legato: una donna compie un viaggio interiore nell’anima del cugino defunto, alter ego dello stesso regista. Il secondo ricalca la struttura in due atti del suo primo film con una rilettura moderna e poetica del mito della Medusa.

Uno stile unico (nel bene e nel male)

Già con i suoi primi film Rollin, citando e omaggiando qua e là tutto il cinema che ama, regala ai vampiri quella sessualità, quella teatralità e quei riti che oggi diamo quasi per scontati e definisce lo stile di tutti i suoi film successivi: immagini astratte e simboliche, quasi surrealiste, condite di inquadrature eleganti e suggestive, campi lunghi con cui Rollin ricerca l’effetto poetico e rappresentativo in ambientazioni naturali e silvestri o in interni dallo stile ricercato. La ricercatezza del suo erotismo non è da meno: Rollin rappresenta una nudità molto spesso statica in cui il corpo della donna, velato o nudo che sia, è fatto oggetto di venerazione in pose scultoree e movimenti lenti che sanno rendere le sue rappresentazioni raffinate e suadenti.

Ma Rollin è anche narrazioni rarefatte e a volte quasi ridicole, ridotte a mero pretesto per dare una qualche coerenza alle sue visioni. Colpisce, in particolare, la sensazione che Rollin sia incapace di cogliere l’inadeguatezza di ciò che riesce a mostrare in rapporto a ciò che ci si aspetterebbe di vedere. In quasi tutti i film low-budget la scarsità di mezzi è visto come un ostacolo da superare (pensiamo per esempio ai colpi di genio di Mario Bava), ma nel cinema di Rollin non c’è traccia di questa ricerca e i suoi film, curati dal punto di vista delle inquadrature e della rappresentazione, quanto a scenografia e messa in scena assomigliano più a quel che ci si aspetta da un piccolo teatro di paese, in cui uno scoglio può rappresentare una scogliera, la sala di una taverna un paese, un idolo può essere fatto con un pupazzone imbottito e così via.

Guardare un film di Rollin significa andare oltre la sospensione dell’incredulità, ed è necessario accettare che ciò che conta per lui è l’idea al di sopra della realizzazione.

Giù il sipario

Rollin muore il 15 dicembre 2010 lasciando un’eredità di qualità altalenante, ma certamente unica nel suo genere. Disse a proposito di se stesso:

Alcuni dicono che sono un genio, altri mi considerano il più grande idiota che abbia mai soggiornato dietro una camera. Ho sentito così tante cose dette su di me e sui miei film, ma sono solo opinioni. Io sono perfettamente contento di quello che faccio, perché è sempre stata una mia scelta.


Articolo pubblicato originariamente su Medea Online, qui ripubblicato nella sua versione originale.

[1] Articolo originariamente pubblicato nel 2015

Un pensiero su “Le vampire nude di Jean Rollin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *